don giulio farina


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La Vita e l'Opera di Don Giulio Farina

I cappellani d'ospedale sono spesso invisibili oltre i muri della sede in cui prestano la loro opera. Per focalizzare l'attenzione su di loro, ascoltarne la voce, ricordarne il volto o il nome, bisogna o lavorare in ospedale o avere la sfortuna di soggiornarvi da paziente per un periodo non troppo breve. Non c'è dunque da meravigliarsi se il nome di don Giulio Farina dice poco persino ai monzesi, sebbene abbia trascorso proprio al San Gerardo, dal 1984 al 1990, gli ultimi sei anni della sua vita. Una vita straordinariamente attiva e generosa, condivisa giorno e notte con i malati e specialmente i più sofferenti, fino a concludersi in un modo altamente simbolico: il prete che porta sollievo e speranza tra le corsie si ammala a sua volta di cancro, spegnendosi in uno di quei letti al cui capezzale si era soffermato mille volte. Fino all'ultimo respiro, più della propria infermità e della prospettiva di non poterla superare, lo avvilì il pensiero di dover abbandonare "i suoi malati"; tanto da farsi promettere, dal prof. Vincenzo Nociti che allora dirigeva una delle due unità di chirurgia generale, l'istituzione di un'associazione che si occupasse concretamente dei malati oncologici e dei loro familiari. Morì prima di Natale, nel 1990, e con l'anno nuovo il suo desiderio fu esaudito.

A raccontare la vita e le esperienze di un benefattore esemplare come Giulio Farina c'è il rischio di impantanarsi nella celebrazione retorica, cioè nell'esatto contrario dello stile scarno e discreto con cui era sempre vissuto. Sin da giovanissimo, aveva sentito molto forte il richiamo del dolore e delle angustie altrui; si era dedicato con tutta l'anima, prima che ai pazienti d'ospedale, agli strati più poveri e più deboli delle comunità in cui aveva, di volta in volta, operato. "Ama il prossimo tuo" è il perno intorno al quale ruota il messaggio evangelico, e lui il prossimo lo vedeva e lo sentiva in modo tangibile, non come un'astrazione indistinta. Il suo "prossimo" allineava in prima fila i più bisognosi di solidarietà e protezione, dai contadini della Bassa agli adolescenti di incerto avvenire. "La vita di don Giulio è stata di una estrema semplicità: un servo buono e fedele - come dice Gesù nel Vangelo - che opera in silenzio, tanto che quasi non ci si accorge di lui, se non quando ci viene a mancare", si legge in un opuscolo a lui dedicato subito dopo la morte. In quelle parole c'è il riassunto, sintetico e veritiero, di una biografia luminosa e al tempo stesso marginale, spesa in luoghi e in tempi difficili al fianco di esistenze complesse.

Nato a Cernusco sul Naviglio nel 1926, Farina iniziò il suo cammino sacerdotale nel 1951 nel comune di Bussero, situato lungo il Naviglio della Martesana a un tiro di schioppo dal luogo natale. A quei tempi non c'era neanche l'ombra del benessere e delle comodità di cui godiamo oggi (adesso a Cernusco e a Bussero ci sono persino le fermate della metropolitana milanese).

La chiesa parrocchiale di Bussero.

(http://www.comune.bussero.mi.it/index.php?option=com_content&task=view&id=44&Itemid=86)
Il prete novello, animato da un giovanile fervore che lo accompagnerà per tutta la vita, aveva già idee ben chiare sul significato e il valore sociale dell'apostolato: "Essere povero per assomigliare a Colui che si ama…" Aveva meditato a lungo sui testi dell'eremita alsaziano Charles de Foucauld (1858-1916), convertitosi alla spiritualità dopo avventurose esperienze militari, sentimentali e scientifiche nel deserto del Sahara e altrove. Prete dal 1901 e recentemente beatificato da Benedetto XVI, Foucauld visse lunghi anni tra i poveri di Nazareth e i nomadi del deserto algerino, a contatto di una realtà socioculturale non troppo dissimile da quella dei tempi di Gesù.

Charles de Foucauld.
(http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/6/60/Charles_de_Foucauld.jpg)


Nel 1956, Farina chiese e ottenne di unirsi ad altri sacerdoti che il cardinale Schuster aveva inviato tra i contadini delle cascine della Bassa, in umili parrocchie ancora al margine dello sviluppo febbrile che investiva Milano e dintorni. Questo periodo della sua missione dura dodici anni, dal 1956 al 1968. Erano parrocchie in cui si rischiava di sentirsi isolati e persino inutili, situate in luoghi estranei a una solida tradizione religiosa; dove il prete appariva, per principio, incapace di capire i poveri, i contadini, gli operai, ed era visto dai più con la tacita ostilità riservata agli alleati del potere, il potere del padrone, del notabile, dell'istruito. È il tempo in cui il contadino della Bassa sta uscendo da un destino secolare di miseria e sfruttamento, e il dialogo tra la Chiesa ufficiale e buona parte del proletariato non è dei più scorrevoli.

Una veduta del Naviglio della Martesana.
(http://www.milanoweb.com/public/notizie/images/2397/2397-13518_naviglio-martesana.jpg)

Don Giulio accosta le persone famiglia per famiglia e ne conquista la fiducia e l'amicizia: entra in tutte le case, visita i vecchi e i malati, è accolto da chi vive nelle cascine come uno di loro. La gente di Zibido San Giacomo gli vuole bene e glielo manifesta con semplicità: non manca chi, pensandolo solo in canonica, gli porta del cibo già preparato, pur sapendo che spesso andrà a finire sulla tavola di chi ne ha ancor più bisogno. Gli uomini lo invitano presso la Cooperativa a mangiare polenta con loro: "In chiesa non ci andiamo", dicono, "ma don Giulio è nostro amico."

Fosse dipeso da lui sarebbe rimasto volentieri a Zibido San Giacomo, ma nel Sessantotto il Vescovo lo chiama in tutt'altro ambiente, con altre tradizioni e altri problemi. Leggiuno, Reno e Ballarate (le sue tappe dal 1968 al 1981) imparano a familiarizzare con questo sacerdote sempre sorridente e disponibile. La semplicità della sua casa e della sua vita tolgono al titolo di "prevosto" ogni residuo di antica nobiltà: la sua casa è aperta a tutti, specialmente ai giovani, ed è facile trovarlo a sistemare carta straccia, o ad ammassare e ordinare vestiti smessi, perché la carità - dice - non è un sentimento astratto ma "olio di gomito", una forma di attivismo pratica e concreta.

Contadino della Bassa Padana in una fotografia di Giuseppe Morandi.
(http://www.exibart.com/profilo/imgpost/rev/411/rev44411(1)-ori.jpg)


La consuetudine con il silenzio e la preghiera caratterizza gli anni trascorsi a Mairano di Noviglio (1981-1984), ancora nella Bassa. Un silenzio che maturerà in lui la vocazione di mettersi al servizio di chi più soffre, i malati degli ospedali. L'Arcivescovo lo chiama all'Ospedale San Gerardo di Monza (1984-1990) e qui don Giulio porta al culmine la sua missione sacerdotale con un altruismo eroico, senza periodi di riposo, con una disponibilità che non conosce limiti di orario. I suoi pensieri, le sue trepidazioni, le sue ansie sono le stesse dei sofferenti e dei familiari che partecipano al loro calvario. Il suo appartamento è spoglio, ridotto all'essenziale: un ritratto di don Carlo Gnocchi, una veduta dell'eremo di Santa Caterina del Sasso, i pochi effetti personali che bastano al viaggiatore, all'uomo di passaggio consapevole della caducità delle vicende e dei beni terreni.

Negli ultimi tempi persino il peso della malattia dovette sembrargli utile, quando gli consentiva di abbordare con naturalezza anche infermi non credenti e solitamente chiusi al dialogo. Ai loro occhi scompariva la tonaca e appariva il fratello, il compagno di sorte, l'uomo che affrontava i loro stessi problemi senza perdere mai la forza del sorriso.


[Informazioni ed estratti dalla pubblicazione Una vita donata: don Giulio Farina, stampata nel Laboratorio Grafico Veniano di Veniano (Como) in occasione del Natale 1990].


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